Ricevo e pubblico con piacere un articolo dell’amico Francesco Calculli, direttore della Casa Museo del Comunismo e della Resistenza di Matera: un sentito ricordo di Ernesto “Che” Guevara, a 53 anni dalla sua morte, con alcune immagini dei cimeli dedicati al Che ed esposti presso la Casa Museo.

Articolo di Francesco Calculli

Ricordiamo il 53° anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara. 9 ottobre 1967. Il suo esempio continua a vivere nelle lotte per la libertà dei popoli del mondo

Bolivia, 9 ottobre 1967: il comandante Ernesto Guevara De La Serna viene barbaramente ucciso nella scuola di Higueras, dopo essere stato catturato in un conflitto a fuoco nella Quebrada del Yuro. Ferito ad una gamba, aveva continuato a combattere fino all’ultimo.

 

Sono passati molti anni dalla sua tragica morte, ma nella memoria popolare il “Che” rimane l’eroe del XX secolo. Milioni di uomini e donne, in ogni angolo del mondo, ancora oggi alzano al cielo i cartelli e le bandiere con la sua immagine, amano ricordarlo dedicandogli racconti, poesie, canzoni e filmati. Egli appare come una figura ideale, modello di virtù superiori, emblema dell’amore disinteressato per l’umanità.

 

Scrive lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano:«È stato l’uomo che avremmo voluto essere, sia pure per un breve momento, nella vita. Ha voluto lanciarsi subito alla conquista del cielo e forse non ha saputo aspettare. Che cosa bella. Che bel difetto.» E ancora, come dice Sartre:«È stato l’uomo più completo del XX secolo.»

 

Il Che è però un eroe complesso: epico e tragico, un esempio di speranza e di sconfitta. La sua figura crea gravi conflitti alle coscienze lacerate e inaridite dei suoi contemporanei, dai quali è nel contempo temuto e amato. Temuto perché mette in discussione l’ordine delle cose; amato perché pone in luce valori essenzialmente umani. Ernesto Guevara fu soprattutto il rivoluzionario che vivendo un rapporto di antagonismo con la società, lascia la casa, la famiglia, il lavoro e la vita di sempre per costruire un mondo nuovo, ma anche l’uomo nuovo.

 

Quali furono le ragioni che spinsero il Che a diventare un rivoluzionario? Ernesto Guevara diventa rivoluzionario perché vuole la felicità dell’umanità e perché si sente inerme di fronte alle forze che gli stanno intorno. La scelta del Che di spendere la propria vita a favore degli emarginati e dei sofferenti è legata alla sua profonda sensibilità umana e sociale, intrisa dell’indignazione per le diseguaglianze. Egli offre tutte le sue energie, fisiche e intellettive, per combattere le ingiustizie, con la consapevolezza che nessun uomo può essere felice sapendo che sulla terra la maggior parte dei suoi simili vive in una condizione disumana. Il Che diventa rivoluzionario perché convinto che la liberazione del singolo possa avvenire solo all’interno di un processo di liberazione collettivo.

 

Busto del Che esposto presso la Casa Museo del Comunismo di Matera

Busto del Che esposto presso la Casa Museo del Comunismo di Matera

 

Probabilmente, soprattutto dopo la Rivoluzione Cubana, egli ebbe più chiara la sua meta. Credeva nella possibilità di un mondo in cui gli uomini avrebbero finito per vivere nella libertà, per riconquistare la loro natura e avrebbero avuto l’opportunità di vedere un mondo giusto sulla terra e non in cielo. Che Guevara non era diventato rivoluzionario perché avesse in mente il comunismo, ma era il suo essere rivoluzionario ad averlo spinto ad avvicinarsi al comunismo.

 

Il comunismo, per Guevara, non era il risultato di inevitabili contraddizioni economiche e sociali, giunte alla loro maturazione, ma il prodotto dell’azione dell’uomo, attore consapevole della storia. Nella sua concezione, il comunismo è un movimento reale e non un una meta finale. Il comunista traeva dalla pratica le sue teorie e la stessa pratica poteva indurlo a volte a modificare le posizioni. Ciò spiega lo scetticismo del Che riguardo alle organizzazioni rigide e la sua scelta di essere un rivoluzionario comunista senza partito. I partiti rivoluzionari, spesso a causa della loro rigidità, non riuscivano a misurarsi con una realtà in continuo movimento. «Un partito che ristagna è un partito che imputridisce», disse un giorno.

 

Il marxismo, per il Che, non è un dogma, ma una teoria in continua evoluzione. Una interpretazione “letterale” del marxismo, come proponevano certi partiti comunisti, spingeva all’inazione, alla collaborazione con le borghesie nazionali, a frenare le spinte rivoluzionarie dei contadini e degli operai. Per costruire il comunismo, contemporaneamente alla base materiale bisogna fare l’uomo nuovo. Questo, com’è noto, era un tema centrale del pensiero del Che: «Il socialismo economico senza la morale comunista non mi interessa. Lottiamo contro la miseria, ma lottiamo al tempo stesso contro l’alienazione; perché il socialismo non si è fatto semplicemente per avere delle belle fabbriche , ma si è fatto per l’uomo integrale. L’uomo deve trasformarsi contemporaneamente alla produzione che progredisce; non svolgeremmo un compito adeguato se fossimo solamente produttori di articoli, di materie prime, e non fossimo allo stesso tempo produttori di uomini.»

 

Ernesto Guevara era un uomo abituato alla guerra e alla disciplina, al sacrificio e al coraggio, ma pensava e desiderava una società basata sulla spontaneità e sulla liberà. Stupì il mondo quando firmò col suo soprannome “Che” la nuova serie di banconote ( una esposta nel nostro Museo) della Banca Nazionale di Cuba, di cui era stato nominato presidente. Non sopportava il conformismo e il formalismo: «Spirito anticonformista ogni volta che sorge qualcosa che non va. Dichiarare guerra al formalismo, a tutti i tipi di formalismo», disse in un discorso alla gioventù comunista cubana.

 

Il Che aveva un forte senso dell’amicizia, ed era profondamente sensibile; sempre attento a che nessuno, pur essendo in guerra mancasse di rispettare la dignità umana nei confronti di tutti, anche dei nemici. In Bolivia rimproverò alcuni guerriglieri per avere sparato su due militari che dormivano. In Congo si infuriò con alcuni combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale per aver fatto morire un legionario francese sotterrandolo vivo in una fossa; e con altri per non aver recuperato il corpo di un compagno caduto in combattimento. Che Guevara si fece apprezzare anche per le sue capacità intellettuali.

 

Aveva un grande desiderio di apprendere e trascorreva molto tempo a leggere, anche in tempo di guerra. I suoi incarichi di governo richiamarono l’attenzione del mondo. Nel 1959 diventò presidente dell’Istituto Nazionale della Riforma Agraria e poi presidente del Banco Nacional. Due anni dopo venne nominato Ministro dell’industria e responsabile della pianificazione economica e dell’organizzazione del lavoro. Basta leggere i suoi scritti e i suoi discorsi per capire la grande competenza in campo economico, la profondità delle sue conoscenze, il suo vasto orizzonte progettuale, la sua capacità di immaginare un futuro concreto per gli uomini. A lui si riconosce il pregio di aver favorito la libertà di critica e di autocritica, di aver denunciato i pericoli insiti nella rivoluzione, di aver avversato la burocratizzazione del potere stalinista.

 

Fidel Castro, prima di ogni altro, capì il grande vuoto che lasciava Ernesto Guevara nella costruzione del socialismo. Il Che si muoveva con disinvoltura tra la gente comune, ma sapeva stare anche fra i potenti. Capeggiò delegazioni commerciali e di governo in diversi paesi, incontrando i rispettivi capi di Stato. Il mondo rimaneva colpito da quel giovane rivoluzionario che, in divisa verde oliva e col sigaro in bocca, denunciava con coraggio i responsabili delle ingiustizie sulla terra. All’Assemblea dell’ ONU attaccò duramente l’imperialismo americano, responsabile della miseria nei paesi dell’America Latina e rivendicò il diritto dei popoli di impugnare il fucile. Alla Conferenza dell’Organizzazione degli Stati Americani, tenuta a Punta del Este, in Uruguay, rimarcò il servilismo dei governi nei confronti dei paesi capitalisti. Al II Seminario Economico di Solidarietà Afro- Asiatica, tenutosi ad Algeri, denunciò lo scambio ineguale che caratterizzava i rapporti tra i paesi socialisti e quelli del terzo mondo che si erano avviati verso la liberazione.

 

Si è parlato molto dalla spinta suicida del Che. Egli però non cercava la morte, ma era consapevole che gli ideali della rivoluzione potevano richiedere il sacrificio della vita. Proprio dal fallimento delle rivoluzioni democratico-borghesi del continente, il Che aveva tratto la conclusione dell’impossibilità di elaborare una strategia rivoluzionaria attraverso una via pacifica. Si era convinto che, per liberare il suo continente, fosse necessaria la forza e si dovessero impugnare le armi ed era consapevole del rischio di morire in questo conflitto contro l’imperialismo americano.

 

Letto con cuscino e copertina del Che

Letto con cuscino e copertina del Che

 

Ernesto Guevara era coerente col suo essere rivoluzionario anche nella vita di tutti i giorni. La sincerità delle intenzioni si rivela nei fatti; le parole, quando non si traducono in azioni, sono sempre segno di ipocrisia. Molti si battevano coraggiosamente per cambiare il mondo, ma una volta al potere, si dimenticavano degli ideali per cui avevano lottato e vivevano una vita opposta a quella che avevano predicato. Lui era diverso: non solo parlava in modo giusto, ma viveva anche in modo giusto. Quel giovane argentino non aveva paura di nessuno. La sua immagine si delineava come quella di un eroe che combatte per tutta la sua vita contro le ingiustizie, lo sfruttamento e ogni forma di sopraffazione. La sua vita era volta al fine di restituire ai dannati della terra la loro dignità, di creare un uomo nuovo. Egli faceva tutto ciò che tutti vogliono, ma che pochi hanno il coraggio di fare, diceva tutto ciò che tutti pensano, ma che pochi hanno il coraggio di dire.

 

Non penso che la storia sia, come dice Carlyle, “la biografia dei grandi uomini.” Penso, al contrario, come dice Reich, che i rivoluzionari , siano delle piccole onde su un grande oceano che è la gran massa degli uomini. La maggioranza sottomessa, che sopporta in silenzio le ingiustizie dei suoi simili, ama quell’uomo che ha ingaggiato una lotta solitaria contro avversari invincibili. La purezza e il coraggio del Che danno una sensazione di speranza e di forza ad anime inaridite. Guardando la sua immagine, gli uomini credono che sulla terra vi siano esseri spiritualmente puri che non si piegano, che si battono contro le ingiustizie, che sono solidali con i sofferenti senza alcun tornaconto personale.

 

Forse è proprio per questo che Ernesto Guevara, guerrigliero comunista, è ammirato da uomini e donne di tutto il mondo a prescindere dalla condizione sociale, dalle convinzioni politiche o dalla razza. Ed è questa la ragione principale per cui nella memoria popolare il Che è vivo, anche se sono passati molti anni da quel conflitto nella Quebrada del Yuro, e continuerà a vivere nelle lotte per la libertà dei popoli del mondo.