Articolo di Francesco Calculli, direttore del Museo del Comunismo e della Resistenza di Matera
Fra le prime considerazioni suggerite dalla rilettura della nostra storia contemporanea c’è che i primi nemici delle donne sono stati i partiti e i regimi fascisti. È difficile, se non si tiene conto di quanto il fascismo abbia ribadito in tutti i modi la subalternità della donna , capire le ragioni di difficoltà e ritardi che le italiane hanno continuato a scontare praticamente fino ai nostri giorni.
Difficile anche capire perché in Italia, al contrario di molti paesi europei, si sia smarrita la memoria storica di quel femminismo emancipazionista che il regime aveva cercato in ogni modo di cancellare e che nel primo ventennio del Novecento aveva portato alla nostra ribalta donne importanti come Anna Kuliscioff, la «grande madre» del socialismo italiano, se non si tiene conto che troppo spesso anche i progressisti, almeno a parole i più favorevoli alle donne, si sono dimostrati piuttosto restii a trasformare i termini del «naturale destino femminile».
Quando, per esempio nel 1912, era stato concesso il diritto di voto ai cittadini maschi anche analfabeti , purché avessero fatto il servizio militare, quel nuovo diritto venne definito dagli studiosi e dai politici di ogni tendenza e colore come «suffragio universale».
E c’è voluto l’amaro commento proprio di Anna Kuliscioff: «Gli italiani per avere il voto devono prendere una sola precauzione , nascere maschi» a far capire perlomeno a sinistra quanto fosse grottesco definire come «universale» un diritto che riguardava meno della metà della popolazione italiana.
Sempre in prima linea ad arringare le donne e a discutere con loro, Anna Kuliscioff, questa donna bionda e dall’apparenza fragile, di cui si celebra quest’anno il centenario della morte , ha messo tutta la sua intelligenza , tutta la sua volontà a disposizione dello scopo politico vero di ogni sua azione: quello di difendere gli interessi delle donne e di giungere alla conquista del suffragio femminile.
Dalla Russia all’Europa: la formazione di una rivoluzionaria
Anna è nata il 9 gennaio 1854 a Moskaia nella piccola Russia e proviene dalla protesta nichilista. Figlia di un aristocratico possidente, ha passato l’infanzia nella severa intimità della casa paterna, educata da precettori che l’hanno fornita di robusta cultura europea.
A lei, come a tutte le fanciulle russe erano tuttavia chiuse le porte dell’Università : una ingiustizia che un ingegno vivace non poteva tollerare, la prima ingiustizia contro la quale si scontra la giovane Anna che per potere seguire corsi universitari, un bel giorno se ne va all’estero e a Zurigo si iscrive, caso unico in quel tempo, alla facoltà di ingegneria.
Nel centro svizzero entra in contatto con numerosi emigrati russi e tramite loro riprende i suoi legami con gli ambienti socialisti ai quali si è accostata studentessa ginnasiale.
L’incontro con Andrea Costa e l’esilio
Torna in patria, completamente convertita alle idee rivoluzionarie per svolgervi attività di agitazione e di propaganda, ma in seguito al fallimento di una rivolta di cui è stata organizzatrice nel 1877 deve uscire dalla Russia clandestinamente e rifugiarsi a Lugano, con i pochi soldi ricevuti dal padre.
Qui conosce Andrea Costa, socialista italiano che è stato costretto anche lui a riparare in Svizzera dopo il fallimento di un moto contadino in Romagna. Con Andrea conosce anche l’amore e i due giovani se ne vanno felici insieme a Parigi.
Sono nella città francese da poco e Costa ha trovato perfino un impiego per aggiungere qualcosa alla quota mensile che Anna riceve dalla famiglia, quando vengono arrestati tutti e due sotto l’accusa di preparare moti insurrezionali insieme con gli internazionalisti francesi.
Ma mentre lui è condannato a due anni, lei viene assolta e arriva di nuovo a Lugano, «coi rimorsi del non far niente» come dice per significare che preferisce la cella all’ozio borghese.
Anna ha grandi occhi chiari, e i capelli biondi e luminosi delle slave, ma ha soprattutto il coraggio immutabile dell’intellettuale russa, l’intelligenza appassionata, il rigore morale, la forza di inquadrare ogni problema particolare in una visione più ampia, di tipo universale, della situazione storica e politica del momento.
Ed è una delle poche socialiste che abbia letto Marx. È anche indubbio che Anna Kuliscioff abbia avuto un ruolo determinante nel processo di «sprovincializzazione» del marxismo italiano.
Per questo l’azione è per lei condizione stessa di vita, naturale espressione delle sue idee. La polizia italiana che l’ha schedata e segue ogni suo gesto, l’arresta a Firenze non appena viene in Italia.
Intanto Costa è stato liberato e riesce a rivedere Anna nel parlatorio del carcere fiorentino. Anna rifiuta sdegnosamente di dare ragguagli alle autorità che la interrogano sulle sue relazioni politiche e soprattutto personali con il rivoluzionario italiano, che il P. M. ben conosce e che nulla hanno a che fare con la politica.
Pertanto Anna viene liberata, restituita come scriverà Costa, alla libertà e all’amore. Tornano a Lugano e riescono perfino a ritrovare , per due mesi, la serenità di una vacanza d’amore, arricchita da molte conversazioni politiche, ma lontani dai congressi, dai comizi e dai gendarmi.
Ma la vita pericolosa sta per ricominciare quando Andrea ed Anna debbono trovarsi a Bologna chiamati da un impegno politico.
È proprio a Bologna che vengono nuovamente arrestati, lui per «reato di stampa» commesso secondo le autorità con la «Rivista Internazionale del Socialismo», fatta uscire il 1° maggio 1880, lei per non aver rispettato l’ordine di espulsione dal territorio italiano.
Anna ha fatto in tempo a conoscere la famiglia di Andrea a Imola, ma ha conosciuto anche Carducci e Pascoli.
Il legame fra Andrea Costa e Anna Kuliscioff che intanto è accompagnata alla frontiera e solo a tratti riesce a riunirsi al dirigente socialista italiano per esserne poi nuovamente separata, si fa sempre più travagliato.
Andrea scrive di rado, frettolosamente e ciò acuisce la gelosia di Anna, un malessere soprattutto intellettuale che non la fa rassegnare a perdere l’ uomo che ama. Neanche la nascita della figlia Andreina rende l’unione più salda. Entrambi ormai dubitano e rimpiangono.
Anna scrive:
«Tornare a quei tempi, quando la nostra corrispondenza ci sostituiva la vita!…Lo scrivere adesso mi riesce impossibile, non posso ancora convincermi che tutto sia ridotto ad una semplice abitudine».
E tuttavia non è donna da indulgere alle pene d’amore e da trovare in esse l’amaro alibi per l’inattività.
A Berna, mentre la bambina piccola pretende tutte le sue cure, comincia a studiare medicina.
La malattia dei polmoni, contratta in carcere, si aggrava; lei pensa al sole come ad una necessità; si trasferisce quindi a Napoli dove potrà anche lavorare all’ospedale e frequentare il quinto anno di medicina.
La Kuliscioff ottiene finalmente la tanto sospirata laurea in medicina e chirurgia nell’anno accademico 1886-87 , con una tesi sulla Febbre Puerperale, al tempo una delle principali cause di morte fra le donne.
È la prima donna medico licenziata dall’ateneo napoletano e in seguito divenne molto popolare negli ambienti proletari di Milano dove tutti la conobbero come la «dottora».
La “Dottora” dei poveri e l’incontro con Turati
Una sera proprio a Napoli Anna conosce Filippo Turati che sta conducendo un’inchiesta sul lavoro dei contadini della provincia.
Turati ha accettato l’incarico che gli ha affidato il Bertani con un senso di liberazione; si è tolto così dalla Milano letteraria che gli offre solo polemiche e incertezze e si dedica con sincerità ad un vero problema sociale della plebe meridionale, così vicino alle sue preoccupazioni di socialista.
Anna Kuliscioff osserva con interesse questo suo compagno di fede che va e viene dalla città alla provincia, che torna a lei con il risultato delle sue osservazioni dirette, che non lascia cadere nemmeno per un momento la polemica ideologica.
Come era accaduto a Costa, anche Turati scopre di avere bisogno di questa donna così diversa da tutte le altre; ha bisogno della sua parola, del suo consiglio, della sua forza.
È il 1885 e l’amore di Anna per Andrea Costa finisce. Gli anni che seguono vedono Anna Kuliscioff e Filippo Turati legati felicemente da una comunanza di interessi , di impegni e di affetti che non si spezzerà più, per tutta la vita.
Il lavoro come chiave della libertà femminile
È in questi anni di ritrovata pace personale che Anna comincia a rivolgersi , con sempre crescente interesse alla condizione delle donne, due volte sfruttate e oppresse dalla società in cui vivono.
A Milano, dove si trasferisce, entra in contatto con la «Lega per gli interessi femminili» e, mentre nel 1890 si costituisce la Sezione femminile della Camera del Lavoro, tiene conferenze sul tema della emancipazione della donna negli ambienti politici e culturali della città.
Al Circolo Filologico parla su «Il monopolio dell’uomo» affrontando il tema del riscatto femminile ancora come una rivalità fra i due sessi, ma collocandolo anche in una visione più ampia della lotta generale per la liberazione sia degli uomini che delle donne da ogni forma di schiavitù economica, giuridica, di costume che stradichi la mala pianta del predominio di un essere umano sull’altro.
In questa conferenza , a distanza di circa un secolo ancora terribilmente attuale, la dignità della donna è posta nella sua globalità e di ogni ingiustizia che colpisce un cittadino di sesso femminile è mostrato il contraccolpo che subisce la società intera.
Così del diritto al voto Anna afferma:
«Ho prescelto la questione del lavoro della donna perché credo questa il nocciolo di tutta la questione femminile , convinta come sono di questa grande verità fondamentale dell’etica moderna, che vale per l’uomo come per la donna: che cioè il solo lavoro, di qualunque natura esso sia , diviso e retribuito con equità, è la sorgente vera del perfezionamento della specie umana».
E ancora:
«Mi pare quindi che col solo lavoro equamente distribuito, o retribuito almeno al pari dell’uomo , la donna farà il primo passo ed il più importante, perché soltanto col diventare economicamente indipendente, essa si sottrarrà al parassitismo morale e potrà conquistare la sua libertà, la sua dignità e il vero rispetto dell’altro sesso».
Così dell’altro grande problema dell’inferiorità salariale dice, dopo aver demolito ad una ad una tutte le motivazioni pseudo-economiche, che essa non è tanto motivata da una legge economica quanto da un insieme di concetti e tradizioni che, afferma, «chiamerei volentieri la legge del costume: legge che concorre pure, sebbene con minore forza, a determinare e tenere bassi i salari maschili».
Così Anna Kuliscioff individua, nel lontano 1890 quella che sarà un’acquisizione generale dei nostri giorni, che ha demolito le resistenze maschili alla parità di retribuzione e cioè che l’inferiorità dei salari femminili anziché giovare ai salari maschili, è un potente fattore per mantenere tutti i compensi ad un basso livello.
Così infine del grande tema della maternità e della pretesa inconciliabilità di tale funzione con interessi e lavoro extra-domestici, Anna definisce le precise linee affermando che la vita della donna non può esaurirsi in una funzione biologica che oltre tutto la impegna per un tempo che non dura certamente quanto una vita, e che una madre sarà migliore educatrice dei suoi figli quanto più la sua autosufficienza le darà prestigio e le permetterà di non trovarsi sola e in preda a sterili lamenti nell’età più avanzata della vita.
L’abitazione di Anna Kuliscioff diventa ben presto il centro dell’attività socialista milanese ed anche la redazione di «Critica Sociale» ( si chiamava sentimentalmente «Cuore e Critica» ma il Turati ne muta la testata) di cui Anna è redattrice.
Dal 1892, da quando cioè viene fondato il Partito socialista, Anna Kuliscioff ne è una dirigente instancabile.
I moti del 1898 e il carcere
E arriva il drammatico, sanguinoso 1898. Non solo a Milano , ma in tutta Italia si hanno nei primi mesi dell’anno, violente agitazioni contro l’aumento del prezzo del pane e il pericolo di un colpo di Stato reazionario.
Ma nella città lombarda le manifestazioni sono più ampie che altrove. Il «via» viene dato dall’uccisione , avvenuta a Pavia, di uno studente universitario, Muzio Muzi, figlio di un deputato radicale di Milano.
Indignata la cittadinanza si riversa nelle piazze a gridare la sua protesta. Nei quartieri operai si hanno episodi di vera e propria rivolta.
A Ponte Seveso fra i lavoratori della Pirelli incolleriti c’è anche Anna Kuliscioff.
Per due giorni Milano alza le barricate ma la reazione è spietata. I lavoratori lasciano sul terreno centodiciotto morti e cinquecento feriti.
A decine si contano gli arrestati. Fra questi Filippo Turati e Anna Kuliscioff.
Il processo nel quale vengono implicati anche cattolici , radicali e repubblicani, si svolge alla fine di luglio. Anna viene condannata a due anni di carcere, Turati a dodici.
Comincia fra i due una fitta corrispondenza che tuttavia non rallenterà, come era accaduto fra Anna e Andrea Costa , bensì rafforzerà il loro legame.
Dalle lettere Turati appare, com’è in effetti, il più fragile dei due, logorato da una vecchia malattia nervosa che gli dà frequenti prostrazioni fisiche e morali, notti di insonnia, crisi depressive.
Più lucida, meno proclive agli abbandoni, la Kuliscioff non si concede ai ricordi e alle nostalgie.
Filippo si occupa troppo della sua salute mentale; Anna, come la maggior parte dei medici trascura la propria. Ed è lui a richiamarla affettuosamente al dovere di curarsi. Le scrive:
«Persuaditi, Anna mia, che tutto dipende dalle cure che saprai avere della tua salute e delle tue forze. Tu sei il fulcro della vita di tutti noi; noi pendiamo da te come da un filo che, se si rompe, piombiamo tutti nell’abisso».
La resistenza fisica e psicologica di Turati alle privazioni che caratterizzano la vita detentiva ha bisogno del rigore di Anna e se, in qualche momento , anche lei sembra cedere , allora è lui a chiederle «la tua bella serenità, l’eroismo che ti invidiavo e che tu mi infondevi per contagio».
Uscita dal carcere per prima, Anna sente l’esigenza di comunicare al mondo esterno, e soprattutto a Filippo ancora chiuso in una cella, che non l’ha chiesto lei, non l’ha nemmeno desiderato di essere messa in libertà per prima.
Anzi il 31 agosto 1898 ha scritto a Prampolini :
«Vi prego a mani giunte di opporvi a qualunque passo si volesse fare per ottenere la mia libertà come una grazia personale. Impedite a chicchessia, per amore di chicchessia fosse anche di mia figlia, che mi sia fatta un’offesa morale: se dovessi conquistare la libertà a questo prezzo sarei tanta avvilita, tanto diminuita, tanto degradata che nulla mi sarebbe la libertà, l’affetto dei miei cari, l’affetto degli amici».
Pochi mesi dopo comunque, anche Turati esce dal carcere di Pallanza ed Anna può riprendere con lui un’intensa attività all’interno del partito.
Fonda anche il giornale «La difesa delle lavoratrici» dove continua a battersi per le sue idee; fra l’altro chiede che forme di collaborazione con la famiglia siano studiate dalla società ( quelli che oggi chiamiamo i servizi sociali) per consentire alla donna una maggiore disponibilità del proprio tempo e un minore spreco delle proprie energie.
Al VI Congresso nazionale del partito che si tiene l’8 settembre 1900 Anna si fa promotrice di una proposta di legge per la protezione del lavoro della donna e del bambino e invita il partito a promuovere un’agitazione nella classe operaia.
Da anni le donne socialiste sono impegnate in questo problema e non tutte sono d’accordo sulla sua soluzione.
Emilia Mariani infatti sostiene che la legge, accettabile in senso generale ha il difetto di avvicinare troppo la donna al bambino, imprimendole così un marchio di inferiorità.
Mentre per i bambini è giusto invocare un simile provvedimento , le donne dovrebbero essere tutelate , in linea di massima dalle stesse leggi che proteggono il lavoro degli uomini : la conquista per cui occorre battersi è il suffragio.
Per Anna queste, all’interno del partito sono battaglie che la aiutano a vivere, a sentire che vale qualcosa e anziché esaurirsi pare riprendere dopo ognuna di esse nuovo vigore.
La vittoria politica: il Partito Socialista e il voto alle donne
Eccola al Congresso di Milano del 1910 che conclude il suo discorso:
«Il movimento socialista è il solo che abbia saputo trarre la donna dal suo isolamento , svegliare la sua dignità di donna e di lavoratrice e farne la cosciente cooperatrice di tutte le lotte proletarie. E dovunque le donne furono chiamate a far parte dell’opera di redenzione , esse diedero prova di tanta energia e fervore nella propaganda come nell’azione, da convincere con i fatti anche i più retrivi ed i filistei dell’importanza decisiva del contingente di forze e di entusiasmo che esse aggiungono alla battaglia comune».
Quando scende dal palco l’accoglie una ovazione sincera, senza riserve. Lei ha vinto.
Lo dimostra la votazione che unanime approva la richiesta di Anna che il partito si impegni a sostenere la lotta per il voto alle donne.
Il partito è con lei e lo resterà per sempre, dopo aver vinto ogni esitazione , nella trincea in cui si combatte per l’affermazione dei diritti politici delle donne.
Le restano da vivere ancora solo quindici anni , pochi per vedere la vittoria delle sue idee, molti (ancora oggi) per combattere per esse.

L’eredità nel 2025: una riflessione necessaria
La guerra libica la vede nemica dichiarata e convinta e così la Prima Guerra Mondiale che apre un periodo drammatico e confuso della storia europea.
Segue con ansia le sorti del suo paese ed esulta il giorno della Rivoluzione d’Ottobre.
Ma arriva in Italia l’ombra funesta del fascismo ed Anna ne comprende tutta la carica reazionaria e sovvertitrice dei valori democratici , assistendo con dolore infinito alla distruzione violenta, complice il potere pubblico, di quanto i lavoratori hanno pazientemente costruito nei primi anni del secolo.
Le persecuzioni , la segregazione di Turati, l’assassinio di Matteotti sono colpi fatali per la sua povera salute.
Muore il 29 dicembre 1925: le sono accanto il compagno della sua vita, la figlia, i nipoti, gli amici fedeli, i compagni e le compagne con cui ha condiviso tante importanti rivendicazioni che riguardano le donne.
Durante il suo funerale nel centro di Milano, seguito da una folla immensa di proletari e proletarie , gli squadristi divennero protagonisti di un’indegna gazzarra.
I fascisti la odiavano profondamente perché temevano la fortissima capacità di attrazione della Kuliscioff sulle masse popolari e anche per questo non ebbero rispetto per lei neppure da morta.
Oggi, nell’anno 2025, in cui ricorrono cento anni dalla sua scomparsa , è necessario fare una riflessione profonda sia nel panorama politico nazionale che a livello internazionale per capire quantomeno il perché la prima donna a ricoprire la carica di capo del governo nella storia della Repubblica Italiana, è Giorgia Meloni una leader ostile al femminismo ed erede diretta della tradizione fascista.
Eppure, nonostante la Meloni raggiungendo questo significativo traguardo ha scritto una pagina di storia italiana , penso di non sbagliare se affermo che mai donna ha dato come Anna Kuliscioff l’impronta della sua personalità alla vita politica del Paese.
«I diritti sono di chi se li sa conquistare» lascia detto quale testamento ideale alla donna italiana «che non potrà plasmare coscienza di uomini liberi , se prima non si senta tratta dalla sua schiavitù , chiamata come forza morale equivalente accanto al suo compagno di lavoro».
Aveva completa ragione Paola Lombroso Carrara, moglie di uno dei 13 professori universitari che dissero no al fascismo, quando scrisse che:
«Fu veramente Anna Kuliscioff che dalla pallida crisalide di un poeta nevrastenico trasse l’ardito leader dei socialisti italiani, che con l’intuito femminile seppe risvegliare tutte le energie magnifiche che giacevano sonnecchianti e inutilizzate nell’anima di Filippo Turati».
Referenze bibliografiche
L’articolo – saggio è stato redatto con il supporto di testi custoditi nella biblioteca del Museo del Comunismo e della Resistenza Antifascista di Matera:
- Jacques Droz – Storia del Socialismo dalle origini al 1975, 4 Volumi – Editori Riuniti 1973
- AA.VV. – Storia del Socialismo Italiano 7 volumi – Il Poligono 1980
- Renato Zangheri – Storia del Socialismo Italiano 2 volumi – Einaudi 1993/1997
- AA.VV. – Il Novecento delle italiane – Editori Riuniti 2002
- Francesco Calculli – Il nostro 25 aprile 2022. Italiane per la libertà – MuseiMatera.it

Per Anna Kuliscioff – L’idea che non muore
A Matera, e per tutto il mese di dicembre, il Museo del Comunismo e della Resistenza rende il suo omaggio sentito alla grande intellettuale e politica russa con uno spazio espositivo a lei dedicato.
Un’occasione unica per approfondire la figura di Anna Kuliscioff, pioniera della parità di genere e della tutela dei diritti dei lavoratori che ha lasciato un segno indelebile nel nostro Paese.
Con questo incontro – confronto, vogliamo non solo celebrare il ricordo di questa straordinaria donna del socialismo italiano, ma anche ispirare le nuove generazioni a raccogliere l’eredità di un impegno che resta oggi quanto mai attuale.




