Articolo di Francesco Calculli, direttore del Museo del Comunismo e della Resistenza Antifascista
Se ci domandiamo le ragioni del rinnovato interesse per Piero Gobetti a un secolo dalla morte, penso che si dovrebbe rispondere brevemente in questo modo: ci rendiamo sempre più conto che gli anni dal 1919 al 1925 sono stati anni decisivi per la storia del nostro Paese , e sono stati decisivi perché in essi si è consumata ed esaurita la vecchia classe dirigente , in parte assimilata, in parte eliminata dal fascismo, mentre la giovane generazione antifascista proponeva, nella lotta contro il regime, tutti i problemi di critica e di rinnovamento dello stato italiano, che sono ancora oggi i nostri problemi.
Di quegli anni Gobetti è stato una delle voci più appassionate, uno degli interpreti più chiaroveggenti, uno degli scrittori che meglio impersonò lo spirito di resistenza al fascismo, e ne è diventato un simbolo.
Gobetti: un giovane simbolo dell’antifascismo
Presentando Gobetti bisogna innanzitutto ricordare che si parla di un giovane. Gobetti, quando morì nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926, non aveva nemmeno 25 anni , che avrebbe compiuto il 19 giugno di quell’anno.
Aveva fondato a 17 anni la sua prima rivista «Energie Nove», alla fine del 1918.
Energie Nove esce alla fine della Prima guerra mondiale, di quella guerra che aveva coronato l’interventismo e il nazionalismo della cultura italiana. «La vittoria – scrive Gobetti nel secondo numero – assicurandoci la libertà ci consente di dedicarci senza ostacoli interni al grande lavoro della riforma interna del nostro Paese. È finita o sta per finire una guerra. Ne comincia un’altra. Più lunga , più aspra , più spietata.»
In poco tempo su Energie Nove viene precisandosi quello che sarà uno degli elementi caratteristici dell’attività gobettiana: l’opposizione di un’ Italia da costruirsi all’Italia ufficiale , tradizionale.
Roma 1919: “semenzaio di mascalzoni” e la “purezza”
C’è una sua lettera, del 26 febbraio 1919, scritta in occasione del suo primo viaggio a Roma che mi interessa particolarmente, e di cui riporto alcuni passaggi: «Roma politica è un semenzaio di mascalzoni e un covo di ladrerie. È comodo perché ci si può trovare chi si vuole. Ma si prova una profonda commozione se si pensa al passato della città e al presente dell’animo nostro. Provo una paura, come una timidità che la purezza nostra ne debba essere menomata ed infranta. Ma la purezza non esiste se non è a queste prove salda. Qui sono naturalmente isolato. Confidenza non ho con nessuno. Non per partito preso. Sono costretto. Vedo che mi si guarda come un essere diverso dagli altri; che mi si stima , ma con quel certo atteggiamento paterno che si tiene con gli ingenui , con gli illusi. No, perdio, non sono, non siamo illusi! Tanto che vedo perfettamente il loro atteggiamento, e non ne provo turbamento. Resto saldo. La purezza è intima, è forte.»
In questa lettera emergono alcuni dati del carattere gobettiano che rimarranno costanti del suo atteggiamento politico e nella sua lotta politica.
La Roma del 1919 semenzaio di mascalzoni non era poi così profondamente diversa da quella di oggi o da una qualsiasi capitale parlamentaristica europea, da costituire un trauma o una «scoperta».
Piuttosto Gobetti vi aveva trovato una conferma ad alcune iniziali analisi sull’Italia ufficiale e tradizionale, sulle carenze , sulle debolezze, sulla corruzione della classe dirigente e dei partiti.
La «purezza» del 1919 diverrà poi , politicamente , l’intransigenza di «Rivoluzione Liberale», la riserva di energie morali che nella FIAT Gobetti troverà impersonificata dagli operai e realizzata politicamente da Gramsci e dall’Ordine Nuovo.
La necessità, cioè, di fare piazza pulita della classe dirigente dominante per sostituirla con una classe che si viene forgiando nel vivo della lotta politica, e che non conosce compromissioni o rese.

Dal liberalismo alla crisi: sospensione di «Energie Nove»
La linea politica di Energie Nove, se vogliamo a tutti i costi identificarla, potrebbe essere definita «salveminiana», forse anche nello spazio che essa dedica alla polemica sul socialismo.
Gobetti interviene personalmente in questa discussione definendosi un liberale, e polemizzando con il marxismo.
Ma gli avvenimenti incalzano. La lotta politica italiana si evolve, i termini delle situazioni mutano. La partecipazione di Energie Nove alla discussione generale consente a Piero Gobetti di toccare con mano alcune insufficienze, alcune lacune.
Arriva così alla decisione di sospendere la rivista. La pausa dura per due anni. Ma è una pausa per modo di dire.
1921: collaborazione con «Ordine Nuovo» e svolta
Nel 1921 Piero Gobetti collabora al giornale di Gramsci «Ordine Nuovo».
Da questa collaborazione nasce non solo un’amicizia personale tra i due giovani intellettuali, ma l’Ordine Nuovo era qualcosa di più; un collegamento tra quella iniziativa gramsciana, legata al vivo delle lotte operaie torinesi, e le proprie personali esperienze passate , furono per Gobetti determinanti per un ripensamento e una riconsiderazione sulla funzione e sui compiti della classe operaia .
Non sarà mai abbastanza sottolineato come l’intransigenza , il rifiuto della corruzione e della mediocrità generali, che erano tipici del Gobetti, potessero trovare un raccordo nella collaborazione con gli uomini nuovi che Gramsci veniva preparando , facendo perno sugli operai della FIAT.
Nacque così in Gobetti la sensazione, che divenne presto certezza , di poter riprendere il proprio discorso , ancorandolo a possibilità concrete.
1922: nasce «Rivoluzione Liberale»
Ecco quindi, il 12 febbraio 1922, il primo numero di « Rivoluzione Liberale ».
Rivoluzione liberale appartiene ormai alla leggenda dell’antifascismo italiano.
Per le generazioni venute all’attività politica democratica all’indomani della Liberazione, Gobetti e la Rivoluzione Liberale sono diventati tutt’uno con Gramsci, e l’Ordine Nuovo, con Berlinguer.
Si è parlato, negli ultimi anni, di una triade che ha informato le generazioni del secolo scorso : Berlinguer, Gobetti, Gramsci.
A parte le idealizzazioni insite in queste definizioni, c’è del vero se ci si riferisce soprattutto a una questione morale , a un’esigenza di chiarezza e di intransigenza , che le giovani generazioni italiane sentono ancora oggi proprio per la immutabilità delle condizioni tipiche della classe dirigente italiana.
Come queste richieste gobettiane s’integrassero nella pratica politica , nelle scelte, nella lotta concreta di ogni giorno, facendo così giustizia , e radicalmente, delle accuse di astrattismo, lo ha dimostrato l’esperienza di Rivoluzione Liberale.
La nuova rivista si presenta al pubblico italiano con collaboratori di varia provenienza e caratterizzazione: Amendola, Pareto, Giustino Fortunato, Luigi Einaudi, Carlo Rosselli , Lelio Basso, Emilio Lussu, Curzio Malaparte e tantissimi altri ancora.
Cosa si propone la rivista , al suo sorgere? Lo dice Piero Gobetti: « La formazione di una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato ».
Ed ecco le linee generali del lavoro rivolto al raggiungimento di quell’obiettivo:
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Revisione della nostra formazione politica nel Risorgimento;
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Storia dell’ Italia moderna dopo il 1870;
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Esame delle forze politiche e dei partiti e del loro sviluppo;
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Studio della genesi delle questioni politiche attuali;
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Storia della politica internazionale : esaminata in ogni nazione da un collaboratore fisso, con criteri organici;
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Studi sugli uomini e la cultura politica.
Gobetti invita alla formazione di gruppi locali che partecipino a questo lavoro redazionale, pensa alla nascita di un supplemento letterario, e alla formazione di una casa editrice.
Merita così, compiutamente, la definizione che di lui darà Gramsci, come di un grande organizzatore della cultura.
Gli inizi non sono facili e le critiche vengono da tutti i settori. Ma Gobetti non cede. L’ascesa del fascismo gli darà, purtroppo, ragione.
Rivoluzione liberale si distingue ben presto dalle altre riviste. Quando poi Prezzolini gliene fornirà l’occasione Gobetti avrà modo di precisare compiutamente le sue linee.
E questo capita in occasione della proposta di Prezzolini di costituire una « Società degli Apoti », di fronte al fascismo come al bolscevismo.
Conviene ricordare qui alcuni passaggi della risposta gobettiana: « … preferiamo Cattaneo a Gioberti; Marx a Mazzini. La nostra volontà è serena, la nostra moralità necessaria perché non abbiamo più bisogno di Messia… Siamo rivoluzionari in quanto creiamo le condizioni obiettive che incontrandosi con l’ascesa delle classi proletarie, indicataci dalla storia, genereranno la civiltà nuova , il nuovo Stato; ma non perché ci mettiamo a bandire la rivoluzione, a darne il segno in un articolo di giornale o in un discorso alle masse: anzi la nostra posizione è così delicata e curiosa che noi ci guardiamo bene dal parlare alle masse, temendo che per esse le nostre parole diventino una rivelazione illuministica dall’alto che ne interrompa il salire autonomo… L’ordine chiuso è per noi una posizione di difesa: la potremo assumere , ma in un caso specifico , in una necessità concreta. Per esempio di fronte al fascismo. Mentre assistiamo alle più vigliacche dedizioni degli intellettuali ai fasci noi non ci siamo mai sentiti tanto ferocemente nemici di questa intellettualità delinquente, di questa classe bastarda , bollata così definitivamente da Marx e da Sorel e in Russia dai bolscevichi … Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà di voto e di stampa volesse soffocare i germi della nostra azione formeremmo bene non la congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte…».
Il fascismo come “autobiografia”: «Elogio della ghigliottina»
È da questo momento che la battaglia antifascista diventa il primo impegno politico di Gobetti perché il fascismo riassume tutte le tare e le deficienze della vita italiana, perché rappresenta tutti gli aspetti deteriori della vita nazionale, perché è un autobiografia degli aspetti peggiori del Paese.
Nella lotta al fascismo Piero Gobetti trova la possibilità di gettare tutte le sue energie: il fascismo non è solo squadrismo , o violenza . E’, anche, l’accodarsi delle classi medie, il trionfo del conformismo, l’ignavia, la peggiore Italia che si impone. È la logica conclusione dell’immondezzaio Roma.
Di questa opposizione intransigente, e spietata, resta come documento ancora oggi impressionante l’articolo, ormai famoso, «Elogio della ghigliottina ». Ne riporto alcuni passaggi: «Il fascismo in Italia non è ( solo) una catastrofe, è qualcosa di più: è l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica , è una nazione che vale poco. Confessiamo di avere sperato che la lotta tra fascisti e socialisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio scorso la Rivoluzione Liberale con un senso di gioia , per salutare auguralmente una lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa , pur nasceva. In Italia, c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea ! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza ; i sospiri della pace. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie . Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale della unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. A un popolo di dannunziani ( oggi diremmo di berlusconiani) non si può chiedere spirito di sacrificio…. Né Mussolini né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni , ma gli italiani hanno bene animo di schiavi… Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo. E bisogna sperare ( ahimè, con quanto scetticismo ancora oggi nel 2026) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levar la ghigliottina , che si mantengano le posizioni sino in fondo. Chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola ; dove c’ è un De Maistre che sappia dare una dottrina , un’ intransigenza alla sua spada?» .
Non è difficile certo, oggi, riconoscere a questa disperata e intransigente orazione gobettiana un valore fondamentale di giudizio e di analisi del fascismo stesso.
Non venne alcun De Maistre , il fascismo rimase allo stato di autobiografia. Per vent’anni è bastato un mediocre Ignazio di Loyola. Non bastarono neppure le buffonate pagliaccesche del regime anche se le classi medie italiane ci credevano.
Mussolini e Vittorio Emanuele Savoia giocavano ai tiranni ma erano, in realtà, dei pagliacci impegnati in un gioco più grande di loro , e appena giunse il momento essi dimostrarono di non avere virtù di padroni.

Arresti, casa editrice, «Baretti» e repressione
Piero Gobetti insiste , a questo punto , nella richiesta di intransigenza e di serietà.
Il 6 febbraio 1923 i fascisti lo fanno arrestare per la prima volta. Viene schedato come «sovversivo» , come i comunisti. L’arresto non influisce affatto sul suo comportamento.
Nell’aprile del 1923 fonda la casa editrice Gobetti che in due anni diventerà la voce dell’antifascismo militante. Formentini , Amendola, Einaudi, Sturzo, sono i principali autori.
Nel 1924 la casa editrice inizia la pubblicazione del «Baretti», che ospita le voci nuove del campo culturale, letterario e artistico. In tre anni il Baretti ospiterà sulle sue colonne anche Montale e Malaparte.
Il 29 maggio 1923 Piero Gobetti è stato arrestato per la seconda volta in quanto era stato redattore dell’ Ordine Nuovo, giornale accusato dai fascisti di essere «antinazionale» .
E’ da quell’episodio che Gobetti accentua la polemica di Rivoluzione liberale contro la pretesa «normalizzazione» del fascismo.
Ecco allora che il fascismo consensuale degli italiani diventa l’avversario principale di Rivoluzione Liberale.
A molti dà fastidio questa sua opposizione intransigente. Una normalizzazione del fascismo è nelle previsioni della maggioranza dei parlamentari, e degli italiani «furbi».
Gobetti dà fastidio, pone troppi problemi, non lascia fare il loro mestiere agli addetti ai lavori , agli esperti delle crisi, ai massoni come ai militari, come ai politici. Sono, insomma, tutti i cortigiani italiani che insorgono.
Viene, poi, il delitto Matteotti. E qui i furbi scompaiono tutti.
In questo momento ci si incomincia ad accorgere del carattere concreto delle invettive gobettiane contro il deteriore machiavellismo degli antifascisti borghesi e moderati.
Quando la situazione si normalizza , il quadro è delineato.
Nel Paese la gravissima resa della CGIL ha piegato il movimento operaio, Don Sturzo è stato estromesso dalla direzione del partito popolare, e il Parlamento ha approvato la riforma elettorale che prepara il «listone» fascista.
Sul terreno parlamentare Mussolini ha avuto partita vinta. Gli «schiavi» hanno ceduto.
L’antifascismo italiano, a sinistra, è diviso e spezzato nei suoi tre tronconi, in campo europeo si registra un riflusso generale dell’ondata rivoluzionaria.
«L’ora di Marx» e la classe operaia come forza liberatrice
Ma proprio in questa fase Piero Gobetti accentua il suo rapporto con il marxismo. Manca poco alle elezioni del 1924 quando Gobetti pubblica su Rivoluzione Liberale un articolo destinato a segnare questa tappa importante del suo indirizzo: «L’ora di Marx».
È interessante rivederne alcuni brani: «Bisogna avere il coraggio di affermare che questa è l’ora di Marx; pochi tra gli scrittori del secolo scorso ( degli italiani solo Cattaneo) si possono rileggere con tanta commozione fremente e sdegnosa. Bisogna ristampare le pagine di critica della piccola borghesia: sono la critica del fascismo! Alla sua polemica contro il comunismo utopistico e anarchico e contro la democrazia traditrice potremmo mettere i nomi del sovversivismo inconcludente e dell’incertezza socialdemocratica che ci diedero nel dopoguerra invece della rivoluzione proletaria, la rivolta degli spostati e dei reduci… In Marx mi seduce lo storico ( gli studi sulle lotte di classe in Francia) e l’apostolo del movimento operaio… Il materialismo storico e la teoria della lotta di classe sono strumenti acquisiti per sempre alla scienza sociale e che bastano alla sua gloria di teorico. Il movimento operaio ha avuto uno scopo e una organicità da quando egli levò il suo grido di battaglia. Non è vero che Marx parli alle masse il linguaggio materialistico , Mazzini il linguaggio ideale: l’ideale di Mazzini è nebuloso e romantico; quello di Marx realistico e operoso… Il fascismo antioperaio pensa di ipotecare il futuro, di condannare l’Italia alla minorità politica e all’ossequio verso i tutori. E’ probabile che la parentesi fascista non sia breve, ma certo sarà in nome di Marx che le avanguardie operaie e le élites intransigenti lo seppelliranno insieme con le sue lusinghe».
Contemporaneamente di fronte alla politica e alla natura di classe del fascismo, che vengono precisandosi anch’esse con estrema chiarezza, Gobetti esalta la dignità di classe degli operai della FIAT.
Sono gli operai che hanno vissuto con Gramsci , non dimentichiamolo, e con l’esperienza dell’Ordine Nuovo.
Per un liberale, come Gobetti, questi operai «nuovi», rappresentanti di una aristocrazia di classe forgiatisi nella lotta rappresentano la possibilità di una rivoluzione seria e drammatica, in ciò assolvendo a una funzione liberale nella nostra storia.
Sono, finalmente, come li vede Gobetti: «…gli eroi di un vero Risorgimento, per un Paese che ha avuto un Risorgimento senza eroi ».
Ma non si tratta solo di attrazione intellettuale. Dopo il risultato, favorevole al listone fascista, delle elezioni del 1924, per Piero Gobetti il problema diventa quello della riorganizzazione del movimento operaio.
Il 18 giugno, dopo il delitto Matteotti, Rivoluzione Liberale si fa promotrice, a Torino, di un ordine del giorno unitario che raccoglie le adesioni antifasciste di repubblicani, popolari, socialisti unitari, massimalisti, comunisti, e giovani liberali.
Per la prima volta Gobetti afferma di credere nell’utilità di iniziative positive unitarie. La rivista traduce settimanalmente quella battaglia in scelte politiche.
È in questo periodo che Antonio Gramsci ha modo di apprezzare e di stimare l’opera di Gobetti, di sottolineare come probabilmente il direttore di Rivoluzione Liberale non sarebbe mai diventato comunista ma come a lui bisognasse riconoscere il merito di avere scavato la trincea unitaria degli intellettuali democratici italiani.
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Ma il fascismo incalza i suoi oppositori. La stampa antifascista è costretta a una vita agitatissima. Rivoluzione Liberale viene sequestrata, la casa di Gobetti perquisita. Mussolini in persona interviene per stroncare l’attività di quello che, ora , viene considerato uno degli oppositori più irriducibili. Telegrafa al prefetto di Torino: bisogna rendere difficile la vita a Gobetti. È il via libera che i fascisti aspettavano per assalire Gobetti, e per infliggergli la «lezione» con una feroce bastonatura che gli sarà letale.
Ma Gobetti continua, instancabile , la sua ferma opposizione contro l’avanzare del potere fascista.
Il 3 gennaio 1925 ( Discorso di Mussolini sul delitto Matteotti) , di fronte al nuovo colpo di Stato Gobetti reagisce invocando la collaborazione tra popolari e socialisti, e propone, più in là, il discorso unitario con i comunisti, pubblicando l’intervento di Gramsci alla Camera e mettendo in guardia gli oppositori da una polemica anticomunista, per il ritorno del PCI in Parlamento, che costituirebbe solo un diversivo.
Ma il lavoro unitario è ormai , come qualsiasi altra iniziativa politica, impossibile.
L’11 novembre 1925 Piero Gobetti riceve la ingiunzione dal prefetto di cessare qualsiasi attività editoriale e giornalistica. L’ultimo numero di Rivoluzione liberale ha portato la data dell’8 novembre.
Allora Gobetti prende la decisione di un esilio volontario: l’8 febbraio 1926 parte da Torino per Parigi. Due giorni dopo l’arrivo si mette a letto per una grave bronchite che le condizioni del cuore , affaticato , e le conseguenze della bastonatura fascista renderanno fatale. Alla mezzanotte del 15 febbraio Piero muore, e viene sepolto al Père Lachaise.
Gramsci sta scrivendo il suo saggio su alcuni temi della questione meridionale quando apprende la notizia. Sul manoscritto , alla fine, c’è il ricordo del caro amico Gobetti. Alcuni dei suoi collaboratori finiscono col fascistizzarsi anch’essi perché è indubbio che gli italiani hanno ben animo di schiavi! Ma ci sono coloro che non mollano.
E quando il fascismo cadrà nella tragica farsa della riunione del Gran Consiglio ( la conferma ultima della giustezza d’analisi di Gobetti), nella tragedia dell’8 settembre 1943 ( ecco i militari, i massoni…) , si creeranno le premesse della Resistenza, di una pagina di storia italiana nella quale Gobetti avrebbe profondamente creduto per vedervi impegnato proprio quel proletariato italiano al quale egli aveva rimesso il futuro del Paese , e per il quale, in prospettiva , aveva sempre lavorato.
Per circa cinquant’anni l’Italia ufficiale, quella del regime democristiano, quella dei cortigiani e dei conformisti, ignorerà Piero Gobetti. Ancora oggi, nel 2026, le giovani generazioni cresciute nelle scuole pubbliche dei burocrati del nozionismo e del tecnicismo non sanno nè sapranno nulla di lui. Solo i politici di grande spessore umano e istituzionale, gli uomini e le donne dell’antifascismo, non potranno mai dimenticarlo.
Oziose sono, a cento anni dalla sua morte, tutte le discussioni su cosa sarebbe stato , partiticamente , Gobetti se fosse sopravvissuto.
Coloro che oggi ritengono di continuare la sua lezione nella politica italiana, per lo più pessimi leader come Carlo Calenda e Matteo Renzi, dimenticano proprio l’insegnamento fondamentale e profondo di Piero Gobetti che sta in una fedeltà ossessiva ai princìpi della intransigenza, alla spietata analisi dei mali strutturali della nostra società , alla necessità di scelte rivoluzionarie, alla necessità di un ricambio integrale della classe dirigente.
Ogni qual volta ci si allontana , per tatticismi, per furbizie, per opportunismo, per cinismo, da questi prìncipi , ci si allontana dalla lezione gobettiana e dal suo insegnamento. E ci si colloca automaticamente tra i più irriducibili avversari che egli ebbe in vita.
E questo vale per tutti quelli sempre pronti a salire sul carro del vincitore , a cominciare da opinionisti TV, giornalisti compiacenti , e presunti esperti universitari: un campionario di « liberi pensatori a gettone» , e banali propagandisti delle verità neoliberiste che quando parlano di politica estera esplodono di indignazione contro « i sanguinari » Putin e Maduro, ma insistono a dire che il regime genocida di Israele è l’unica democrazia presente in Medio Oriente e che quindi va difesa. Allo stesso modo, essi parlano ossessivamente degli Stati Uniti, indipendentemente dalla presidenza Trump, come della più grande democrazia del mondo, dimenticando che l’imperialismo americano promuove sempre nuove (queste sì) sanguinose guerre, e dimenticando il lato oscuro della democrazia americana, dall’influenza del denaro in politica al razzismo, dove la polizia spara sui manifestanti, gli agenti federali dell’immigrazione ( ICE) deportano e uccidono persone innocenti, e le opposizioni vengono silenziate.
Si potrà, casomai, osservare che oggi la routine della vita politica italiana rende improbabili certe proposizioni gobettiane: errore profondo.
Tensione e coscienza rivoluzionaria, questione morale, rimeditazione della nostra storia, analisi dei nostri problemi , identificazione della classe operaia in quanto forza liberatrice della società italiana sono sempre i nostri problemi.
Problemi che la routine può mascherare , sfumare, ma che sono la realtà della lotta politica italiana oggi come ieri.
E in questo 2026, che sarà segnato dalle celebrazioni per gli ottant’anni della Repubblica, la democrazia italiana deve a Piero Gobetti una delle sue poche pagine «eretiche» , intransigenti , moderne, e, proprio per questo , attuali.
Sempre. Sinché, per lo meno, questa sarà, come ieri, la classe dirigente.

Referenze bibliografiche
L’articolo – saggio è stato redatto con il supporto di testi custoditi nella biblioteca del Museo del Comunismo e della Resistenza Antifascista di Matera:
- Piero Gobetti – La Rivoluzione Liberale – NUE Einaudi 1965
- Piero Gobetti – Carteggio 1924 – Einaudi 2023
- Antonio Gramsci – Socialismo e Fascismo L’Ordine Nuovo 1921/22 – Einaudi 1966
- Antonio Gramsci – La Questione Meridionale – Editori Riuniti 1974
- Paolo Spriano – Gramsci e Gobetti – Einaudi 1977
- Giovanni Vagnarelli – La Rivoluzione Russa tra Gramsci e Gobetti – Maroni 1997
- Francesco Calculli – Gobetti ce lo ricorda: amare l’Italia ma con orgoglio europeo – Giornalemio 2020




