Dal 13 giugno al 13 settembre 2026, la Chiesa di Sant’Eligio – situata nell’omonima piazzetta, lungo in Via del Corso, di fronte la BPER a Matera – ospita la mostra “Mediterraneo. Archeologie del mito”, progetto espositivo inserito nel programma di Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026.
La mostra, visitabile con ingresso libero dal martedì alla domenica dalle 17.30 alle 22, è curata dalla storica dell’arte Milena Ferrandina ed è organizzata da Opera Arte e Arti di Matera. Il percorso riunisce le opere di sette artisti internazionali: Andrea Giovannini, Alberto Lanteri, Nicola Micali, Pino Oliva, Elisabetta Reicher, Andrea Roggi e Louis Schreyer.
Il Mediterraneo come spazio di memoria e dialogo
“Mediterraneo. Archeologie del mito” invita il visitatore a guardare al Mediterraneo non soltanto come mare, confine o scenario naturale, ma come grande luogo simbolico della civiltà, attraversato nei secoli da popoli, lingue, religioni, commerci, migrazioni e forme diverse di conoscenza.
Il Mediterraneo diventa così una sorta di archivio vivo, un territorio mentale prima ancora che geografico, dove le tracce del passato continuano a parlare al presente. Al centro del progetto c’è il mito, inteso non come semplice racconto antico, ma come forma originaria di interpretazione del mondo, capace di custodire paure, desideri, domande e immagini che appartengono ancora all’uomo contemporaneo.
La mostra costruisce un dialogo tra pittura e scultura, tra materia e memoria, tra paesaggio e identità. Ogni opera contribuisce a comporre una riflessione ampia sulle radici culturali del Mediterraneo e sulla possibilità, ancora attuale, di riconoscere nel mito una lingua comune.
Gli artisti in mostra
Il percorso espositivo mette insieme sensibilità differenti, accomunate da una ricerca che attraversa il tema della memoria mediterranea.
Nicola Micali lavora su materiali recuperati dai fondali marini, trasformandoli in tracce, reperti e testimonianze di un passato che riaffiora. Nelle sue opere la materia diventa racconto: ciò che il mare custodisce e restituisce assume il valore di frammento culturale.
Elisabetta Reicher rilegge il mito greco attraverso una visione aperta e universale, in cui l’accoglienza e l’incontro diventano elementi centrali. Il mito, nella sua ricerca, non appartiene solo al passato, ma continua a suggerire possibilità di relazione.
Andrea Giovannini indaga il mare come esperienza sensoriale e interiore. Le sue opere evocano superfici, movimenti, vibrazioni e profondità, restituendo il Mediterraneo come luogo da percepire prima ancora che da descrivere.
Louis Schreyer porta nel percorso una riflessione sul tempo, sulla fragilità dell’esistenza e sulla memoria come dimensione instabile, sospesa tra permanenza e dissoluzione.
Andrea Roggi affronta il rapporto tra natura e cultura, tra radici e trasformazione. Le sue sculture interrogano la relazione dell’uomo con il mondo naturale e con le forme simboliche che lo abitano.
Pino Oliva si confronta con il tema della conoscenza attraverso figure archetipiche e immagini dense di rimandi, in cui il mito diventa strumento per attraversare le domande fondamentali dell’esistenza.
Alberto Lanteri recupera la dimensione classica del mito e della bellezza, interrogandosi sulla loro persistenza nel tempo e sulla capacità dell’arte di rendere ancora visibile ciò che sembra appartenere a un’epoca remota.
Il filo poetico di Orazio
Ad accompagnare idealmente il visitatore nel percorso espositivo è la figura di Quinto Orazio Flacco, nato a Venosa, poeta profondamente legato all’incontro tra cultura greca e latina.
I versi dell’Ode III, 4 attraversano lo spazio della mostra attraverso la voce narrante di Michele Tangreda e la produzione sonora di Uccio Mastrosabato. La parola poetica diventa così parte integrante dell’esperienza espositiva, creando un ponte tra le opere, il luogo e la memoria classica.
La presenza di Orazio rafforza il legame con la Basilicata e con quella dimensione mediterranea in cui la cultura latina, la tradizione greca e le stratificazioni del tempo continuano a incontrarsi.
Un’archeologia del presente
Il titolo della mostra suggerisce una chiave di lettura precisa: l’archeologia non riguarda soltanto ciò che viene riportato alla luce dal passato, ma anche ciò che resta nascosto dentro il presente.
“Mediterraneo. Archeologie del mito” propone infatti un viaggio tra segni, forme e materiali che sembrano provenire da epoche lontane, ma che parlano ancora al nostro tempo. Il mito emerge come una forza sotterranea, capace di collegare civiltà diverse e di restituire senso alle trasformazioni contemporanee.
Nella cornice della Chiesa di Sant’Eligio, il Mediterraneo diventa luogo di memoria, confronto e immaginazione, uno spazio dove le differenze non vengono cancellate, ma messe in relazione. Ed è proprio in questa relazione tra passato e presente, tra radici e futuro, che la mostra trova la sua voce più intensa.



