cento anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano, riviviamo gli accadimenti di quei giorni con la seconda parte del saggio di Francesco Calculli, direttore della Casa Museo Storia del Comunismo e della Resistenza di Matera.

Prima parte del saggio >>

Articolo di Francesco Calculli.

PARTE SECONDA: ANTONIO GRAMSCI ELETTO SEGRETARIO DEL PCD’I. STRATEGIA, TATTICA, COSCIENZA, PASSIONE E VOLONTÀ RIVOLUZIONARIA DI UN AUTENTICO ED ECCEZIONALE CAPO DEL MOVIMENTO COMUNISTA E OPERAIO

Il travaglio e la crisi di orientamento del Partito Comunista dopo Livorno. Antonio Gramsci getta le basi di «un programma d’azione per l’avvenire»

Per comprendere appieno il ruolo ed il significato, e quindi il contributo di Antonio Gramsci, occorre innanzitutto comprendere quale era la situazione nel movimento comunista italiano dopo la scissione di Livorno. Il nuovo partito aveva avuto davanti a sé numerosi e pressanti problemi organizzativi, al centro e nelle organizzazioni periferiche. Questo lavoro di assetto organizzativo aveva in pratica assorbito tutta l’attività e l’unico obiettivo politico che era stato posto era quello di una lotta rivoluzionaria per il potere. Il pericolo era, in una situazione profondamente mutata e che non era più una situazione rivoluzionaria, che una avanguardia di poche migliaia di militanti si distaccasse sempre di più dalle masse che tale mutamento, avevano istintivamente seppur confusamente avvertito.

L’unico filo conduttore della propaganda comunista nei due anni dopo Livorno era stato quello della polemica antisocialista. Così Togliatti ha descritto gli aspetti più salienti di quel periodo e dei nuovi compiti che si ponevano al movimento comunista: «Si era all’inizio di un nuovo periodo nello sviluppo della situazione. I problemi dell’immediato dopoguerra stavano per essere superati. Rimaneva incrollabile la grande conquista della Rivoluzione d’Ottobre, punto di partenza di una lunga e non sempre facile costruzione di un nuovo ordinamento sociale, ma negli altri Stati europei le ondate del movimento rivoluzionario si stavano esaurendo. Nel 1923, si ebbe, in Germania, l’ultima lotta diretta per il potere. Le più gravi conseguenze economiche dello sconvolgimento bellico in alcuni paesi erano già superate. Continuavano a esistere profonde contraddizioni interne e contrasti gravi fra Stato e Stato, ma i gruppi dirigenti borghesi pensavano di poter far fronte a queste difficoltà con metodi nuovi, da un lato con l’aperta violenza fascista, dall’altro con il ricorso al sostegno della socialdemocrazia, che accedeva al potere con funzioni di partito di governo dichiarando di avere intenzioni riformatrici. Le avanguardie rivoluzionarie correvano il rischio di rimanere isolate e tagliate fuori, ove non avessero saputo comprendere la situazione nuova, rinnovare il loro collegamento con le masse ed estenderlo, nelle condizioni di lotte che non avevano più la prospettiva vicina della conquista del potere.»

Occorreva dunque mutar rotta, occorreva guidare il partito fuori dalle secche dove l’avevano posto il settarismo e l’estremismo. Ma ad un compito così arduo non poteva certamente attendere una direzione politica che si era mostrata incapace di intraprendere una qualsiasi iniziativa interna e che anzi aveva contribuito al determinarsi di quelle gravi crisi di orientamento. In questa incapacità, in questa inerzia consisteva, come ha scritto Togliatti «la vera decapitazione politica», ancor prima che il movimento venisse privato, nel corso del 1923, di tanta parte del suo gruppo dirigente e del suo quadro periferico.

Ecco questa, grosso modo, è la intricata situazione che Antonio Gramsci si trovava dinanzi, e tirare fuori da questa situazione, un gruppo dirigente bolscevico omogeneo e saldo, formare un’avanguardia del proletariato, era un’operazione assolutamente disperata. In meno di dieci anni, in realtà tra il 1919-20 ed il 1925, ossia in sei anni, l’azione geniale di Antonio Gramsci riporta la situazione a chiarezza e getta le basi per la formazione del gruppo dirigente e dell’avanguardia del proletariato: il partito comunista.

Come Gramsci intendesse realizzare «un programma d’azione per l’avvenire» fu espresso in una lettera a Scoccimarro del 5 gennaio 1924: «…. i due estremismi quello di destra e quello di sinistra, avendo incapsulato il partito nella unica e sola discussione dei rappporti col partito socialista, l’hanno ridotto a un ruolo secondario. Probabilmente rimarrò solo. Come membro del C.C. del partito e dell’ Esecutivo del Komintern, scriverò una relazione in cui combatterò contro gli uni e contro gli altri, accusando gli uni e gli altri di questa stessa colpa e ricavando dalla dottrina e della tattica del Komintern  un programma d’azione per l’avvenire della nostra attività.»

Attraverso una cosciente e razionale azione strategica e tattica, egli riuscirà a tirare fuori il Movimento Comunista e Operaio dalle secche nelle quali si era andato a cacciare e proiettarlo in avanti di almeno trent’anni. Il punto chiave qui da fissare è il periodo 1919- 21 in cui Gramsci si forma e si afferma come dirigente del proletariato.

Come già ho detto nel mio precedente saggio, al Congresso di Livorno e in quello costitutivo del PCD’I, le tesi dell’Ordine Nuovo e quindi di Gramsci, sostenute apertamente da Lenin e dall’Internazionale Comunista escono minoritarie. È l’ala bordighiana che esce maggioritaria assieme ad una consistente minoranza di destra, anche perché l’Ordine Nuovo non si era mosso su scala nazionale, come invece avevano fatto Bordiga e la destra. Tutta l’attenzione di Gramsci era stata per l’occupazione delle fabbriche ed il movimento dei Consigli di Fabbrica. La linea dell’Ordine Nuovo è presente nel C.C. con il solo Gramsci , la maggioranza era tutta con Bordiga. Ciononostante il C.C. non si presentava unito, esprimeva invece, la complessità delle varie anime che dal PSI erano confluite nel PCD’I. Si trattava allora di aprire una battaglia articolata, che consentisse di divenire maggioranza senza lacerare ma rafforzare il Partito numericamente e qualitativamente e consentendo a tutto il Partito di crescere ed identificarsi unitariamente con le linee teoriche, strategiche e tattiche del leninismo e dell’Internazionale Comunista. Gramsci condurrà allora la battaglia contro le varie posizioni secondo un esatto, preciso, rigoroso, scientifico piano d’azione.

L'eccezionale bassorilievo in bronzo raffigurante il busto di Antonio Gramsci, risalente ai primi anni '50, e recuperato da un ex sezione del PCI nel Nord Italia.

L’eccezionale bassorilievo in bronzo raffigurante il busto di Antonio Gramsci, risalente ai primi anni ’50, e recuperato da un ex sezione del PCI nel Nord Italia.

La situazione nel comitato centrale del PCD’I : il ruolo della sinistra di Bordiga e della destra di Tasca. Il piano strategico di Gramsci per la conquista dell’egemonia nel partito.

Vediamo ora in concreto come si articola l’intero piano strategico, che costituisce un autentico capolavoro, un autentico manuale di strategia politica.

La situazione nel C.C. del PCD’I vedeva una destra: Graziadei e Tasca, un centro: Bombacci e Marabini, una sinistra: Bordiga, che in quanto segretario era la maggioranza, e poi Antonio Gramsci.  La destra e la sinistra si combattevano aspramente, lacerandosi e lacerando il Partito, gettandolo nell’immobilismo. In questa situazione il centro  – «la palude del centrismo» direbbe V.I. Lenin, ossia Bombacci e Marabini agivano, come li chiamerà Gramsci, da«croce rossa», ossia appoggiavano ora la destra ora la sinistra, correvano in soccorso ora di Tasca ora di Bordiga, onde impedire che l’uno prevalesse definitivamente sull’altro e così il centro veniva a costituire una sicura retrovia ove sia la destra che la sinistra poteva al momento opportuno ritirarsi e sottrarsi allo scontro, perpetuando così all’infinito le posizioni; e questo non poteva che aumentare la confusione e l’isolamento del Partito.

Il piano strategico di Gramsci è allora quello di liquidare innanzitutto il centro, la «croce rossa», sottraendo così alla destra ed alla sinistra quella ritirata per inchiodarle alle loro posizioni ed una volta inchiodate sconfiggerle. In secondo luogo, condurre una battaglia contro la destra, distinguendo e separando Graziadei da Tasca. In ultimo liquidare definitivamente il bordighismo e conquistare alle posizioni dell’IC la maggioranza dell’intero corpo del Partito.

Nel 1922 Antonio Gramsci viene inviato a Mosca, come rappresentante del PCD’I presso l’IC. In realtà sia la destra che la sinistra vogliono allontanare Gramsci dall’Italia ed avere le mani libere.

Il periodo in esame va diviso in due: dal 1922 al 1924, ossia dal Congresso di Roma alla Conferenza di Como; dal 1924 al 1926, ossia dalla Conferenza di Como al Congresso di Lione , gennaio 1926.

Il secondo congresso di Roma del PCD’I: la polemica sull’adesione di Gramsci alle tesi bordighiane e la liquidazione del “centrismo”. Da Mosca una lettera della svolta contro le posizioni anti-marxiste. Tasca subisce l’offensiva lanciata da Gramsci

Nel marzo del 1922 si tiene a Roma il secondo Congresso del PCD’I. Le Tesi congressuali esprimono appieno tutto l’orientamento settario e lo schematismo bordighiano in netta opposizione all’Internazionale.

La destra (Graziadei e Tasca) condurrà una debolissima opposizione, sicura che il gruppo dell’Ordine Nuovo e quindi Gramsci si sarebbe opposto. La linea tattica della destra era fin troppo scoperta: lasciare che Gramsci ed il gruppo dell’Ordine Nuovo si scontrassero con Bordiga, indebolire così sia Bordiga che Gramsci ed uscirne essa più forte, pronta a correre in soccorso di Bordiga, isolando e schiacciando il gruppo dell’Ordine Nuovo, Gramsci e la linea dell’Internazionale. Gramsci invece non si oppone, ma vota, le Tesi di Roma.

Cerchiamo di capire il perché di questa azione che potrebbe sembrare un errore gravissimo di Gramsci.

In realtà, da stratega eccezionale, Gramsci ha ben chiaro che uno scontro nel 1922 con Bordiga sarebbe stato non solo errato, dati i rapporti di forza, ma avventuristico, che avrebbe condotto il Partito ad una lacerazione, ad una acutizzazione dello scontro. Quello che invece ad Antonio Gramsci interessa ottenere è la realizzazione del suo piano strategico: liquidare il centro di Bombacci e Marabini, cioè la «croce rossa», chiudendo ad entrambi le linee di qualsiasi futura ritirata, ponendo gli ordinovisti quale centro tra Bordiga e Tasca.

L’opposizione, o la battaglia emendamentaria, emendamenti o correzioni di questa o quella Tesi, sarebbe stato un gravissimo ed assolutamente imperdonabile errore strategico. Avere un avversario, che esprime in maniera così chiara e netta le sue posizioni è un avversario che si autoinchioda.

Le Tesi di Roma costituiscono esattamente questo autoinchiodarsi di Bordiga; a Gramsci spettava solo il compito di fissarlo e tenerlo ben fermo a quell’autoinchiodamento. Inoltre la non opposizione sostanziale della destra di Graziadei e Tasca, mostrava a tutto il Partito l’inconsistenza di quella opposizione e tutta la sua vacuità.

La destra ne usciva così decisamente indebolita, mostrando appieno tutta la sua mancanza di risolutezza e tutta la sua adattabilità. Quindi una destra indebolita, una sinistra bordighiana inchiodata alle sue posizioni ed in maniera irrevocabile ed irrefutabile e la «croce rossa» liquidata: questi i risultati che Gramsci ottiene al secondo Congresso di Roma.

L’opposizione alle Tesi di Roma era, nelle condizioni reali, errata; l’IC penserà , dal canto suo, a liquidarle, bocciandole in toto e per bocca del suo presidente Zinoviev. Il periodo 1922-1924 è il periodo in cui viene liquidata la destra, ossia il partito si libera delle posizioni di destra di Graziadei e Tasca.

Gramsci conduce prima la battaglia contro le posizioni teoriche di Graziadei. L’obiettivo è quello di indebolire la destra e fissare i limiti teorici in cui il partito versava. Graziadei costituisce effettivamente l’anello debole di tutta la catena non solo della destra, ma più in generale di tutto il partito e quindi anche della stessa sinistra.

Graziadei consentiva assai agevolmente di poter condurre la battaglia contro quelle posizioni teoriche errate ed al tempo stesso contro l’intero groviglio delle posizioni anti-marxiste che egemonizzavano il partito e quindi attraverso Graziadei far crescere tutto il partito.

Nel frattempo la destra taschiana, persa la via della ritirata, essendo stata liquidata la «croce rossa» e minoranza nel partito è lei che è costretta ora, non più velatamente ma apertamente, in prima persona a rendere chiare, nette, esplicite le sue posizioni. Tasca, e l’intera ala taschiana, apre il fuoco di fila contro l’Internazionale all’indomani del fallimento del progetto di fusione con il PSI, all’indomani cioè del Congresso di Milano del Partito Socialista quando il triumvirato Nenni- Vella-Saragat ammutolisce la schiacciante maggioranza del PSI ed a tappe forzate lo conduce sulla rotta di collisione con l’IC. La destra si viene così a trovare sotto un triplice fuoco: lotta all’Internazionale, subisce l’offensiva su Graziadei, lanciata da Gramsci, e Bordiga non può soccorrerla. La sinistra, Bordiga, effettivamente non può apertamente schierarsi con Tasca, pena l’accelerare la sua fine e regalare quadri e direzione a Gramsci ed al gruppo dell’ Ordine Nuovo.

Nel frattempo ai primi di settembre del 1923 lo esecutivo del Komintern decise che i comunisti italiani avrebbero dovuto dar vita ad «un quotidiano operaio». Quando fu presa questa decisione Gramsci si trovava da oltre un anno, quale rappresentante italiano al Komintern, a Mosca, da dove aveva avviato un fitto carteggio con il gruppo dirigente del partito ed in particolare con la maggioranza bordighiana.

Dell’iniziativa di creare il nuovo quotidiano egli informa l’esecutivo del PCI con una lettera in data 12 settembre 1923. «Io propongo – scrisse Gramsci – come titolo “l’Unità”che avrà un significato per gli operai e avrà un significato più generale, perché credo che dopo la decisione dell’ Esec. sul governo operaio e contadino, noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale. Personalmente io penso che la parola d’ordine “governo operaio e contadino” debba essere adattata in Italia così: “Repubblica federale degli operai e contadini”.»

Con questa lettera, un documento di grande importanza di cui si è brevemente riportato uno stralcio, rimandando agli interessati la lettura del testo integrale, Gramsci per la prima volta pose al centro dei propri interessi il problema meridionale, prospettandone la soluzione nella strategia dell’alleanza tra gli operai delle zone economicamente avanzate del Nord e le masse contadine del Sud. Il titolo suggerito da Gramsci non solo definì il motivo ispiratore dell’azione che si doveva svolgere tra le masse operaie, ma anche e soprattutto sottolineò la funzione nazionale del proletariato italiano, chiamato al compito storico di una costruzione unitaria che la borghesia, avendo fondato il suo dominio sullo sfruttamento del Mezzogiorno, non aveva saputo dare. Inoltre attraverso la proposta di un nuovo quotidiano, l’”Unità”, egli spinge questo gruppo dirigente a studiare la realtà italiana, proponendo un piano editoriale per il giornale, invitando questo e quello a scrivervi affrontando quello e quell’altro tema sulla base della specificità di ciascuno.

E così ciascuno sulla base del suo settore di intervento, del settore affidatogli, è costretto ad approfondire da una parte e dall’altra a verificare da solo i limiti, le carenze, i vuoti.

In questo modo Gramsci ottiene la più immediata riflessione del gruppo dirigente, ma ottiene soprattutto un’eccezionale vantaggio strategico: scopre in maniera impietosa come tutta la decantata efficienza organizzativa bordighiana, non essere altro che basata sull’accentramento di tutto da parte di Bordiga, che suppliva con la sua forte personalità e la sua iperattività. Era evidente davanti agli occhi del gruppo dirigente l’assenza del collettivo e l’essere tutto accentrato, come fatto politico attorno alla figura carismatica di Amadeo.

E così passo passo, pezzo dopo pezzo, prima singoli elementi poi l’intero gruppo dirigente si sposta, spontaneamente, per sua naturale maturazione sulle posizioni di Gramsci. Nel frattempo, 1923, è la destra che accelera i tempi, commettendo grossolani errori tattici e finendo per trascinare gli stessi bordighiani e Bordiga in prima persona in un vicolo cieco. Gramsci coglie che la situazione è oramai matura, sposta la sua sede da Mosca a Vienna e inizia a stringere Tasca.

Anche Togliatti che tentennava ancora, ha fatto il passo in avanti e dava la sua disponibilità e convinta adesione al progetto gramsciano, per cui Tasca è sempre più isolato. Maturavano, inoltre, i tempi della fusione con i «terzini» del PSI , ossia con il gruppo di Giacinto Menotti Serrati, e occorreva quindi evitare che una direzione errata gestisse un tale processo, pena il fallimento.

Cartolina commemorativa emessa dal PCI nel 1987 che riproduce le foto segnaletiche di Antonio Gramsci, di profilo e di fronte, eseguite il 29 gennaio 1935.  Sotto la cartolina l'iscrizione "47444: Gramsci Antonio" tratta dal fascicolo del Casellario politico centrale.

Cartolina commemorativa emessa dal PCI nel 1987 che riproduce le foto segnaletiche di Antonio Gramsci, di profilo e di fronte, eseguite il 29 gennaio 1935. Sotto la cartolina l’iscrizione “47444: Gramsci Antonio” tratta dal fascicolo del Casellario politico centrale.

Procedere oltre la conferenza di Como contro il bordighismo: Antonio Gramsci eletto segretario generale del Partito Comunista e sconfitta della destra taschiana. La crisi Matteotti momento decisivo per il rafforzamento del nuovo PCD’I

Intanto all’inizio del 1924 Gramsci è rientrato in Italia, essendo stato eletto deputato alla Camera, può, così, più agevolmente agire e iniziare un attacco sempre più incalzante contro le posizioni di Tasca per giungere in condizioni di potente offensiva alla Conferenza di Como del Maggio 1924, che si chiuderà da una parte con la sconfitta della destra taschiana, e d’altra Gramsci aprirà subito la battaglia contro Bordiga.

Una parte della Conferenza di Como è caratterizzata proprio dal contrasto tra la concezione bordighiana e l’IC. Bordiga è oramai in difficoltà, inutile è il tentativo di tenersi in disparte, parte consistente del gruppo dirigente e del Partito tutto è conquistato da Gramsci che nel C.C. di luglio è eletto Segretario Generale.

Occorreva ora fare il secondo passo, consistente nella lotta per la chiarificazione, per liberare il marxismo da false, erronee, «interpretazioni» , che egemonizzavano la parte più sensibile del proletariato, la sua avanguardia. Procedere oltre la Conferenza di Como contro il bordighismo, senza avere prima sciolto i nodi strutturali che il Movimento Operaio Italiano si portava dietro dalla sua costituzione, sarebbe stata una vittoria per Gramsci di totale ed assoluta inconsistenza, giacché permanevano gli elementi fondamentali che avevano, poi, determinato la più che schiacciante prevalenza di quelle teorie, idee e concezioni nella stessa avanguardia del proletariato e tra i suoi massimi dirigenti.

La crisi Matteotti costituisce un momento decisivo, che Gramsci, sa sfruttare appieno per portare avanti il suo obiettivo strategico di rafforzare ed estendere l’egemonia del PCD’I e del proletariato, e contribuire alla liquidazione assieme al sinistrismo velleitario bordighiano, anche della concezione turatiana ( Turati, Bissolati, D’aragona), e di quella repubblicano- democratica ( popolari, giolittiani, liberali). Dalla crisi Matteotti entrambe usciranno davanti agli occhi delle masse lavoratrici per imbelli ed incapaci e sostanzialmente subalterne al fascismo e proiettarsi solo il Partito Comunista come unica, reale ed effettiva alternativa di intransigente opposizione al potere mussoliniano. E così in pochi mesi, a fine luglio- settembre 1924 il PSI perderà oltre 40 mila militanti ed il PCD’I si rafforzerà di oltre 60 mila militanti: i 40 mila provenienti dalle fila del PSI, oltre ovviamente i terzini di Serrati, che erano già confluiti nel PCD’I, più oltre 20 mila nuovi militanti provenienti dalla classe operaia e da contadini. Questo brillante successo consentirà al PCD’I di fare un grande passo in avanti, e di uscire definitivamente dalle secche dell’isolamento dove l’avevano posto il settarismo e l’estremismo.

Dalla conferenza di Como al congresso di Lione: la liquidazione del bordighismo e la formazione di un nuovo gruppo dirigente. Il PCD’I davanti alla minaccia fascista

Chiusa la fase della crisi Matteotti , Gramsci porta così a termine la battaglia iniziata nel 1922 proprio contro le posizioni velleitarie ed estremiste del bordighismo. Vengono ora qui in tutta la loro importanza quelle «Tesi di Roma», che la Conferenza di Como avrà già ridimensionato dichiarandole «tesi di indirizzo», «documento consultivo per il IV Congresso dell’Internazionale».

Il Terzo Congresso deve ora ratificare i deliberati del IV e V Congresso dell’Internazionale, la politica di bolscevizzazione e dare esecuzione alle direttive dell’IC tra il 1923 ed il 1925, consolidare, infine, la fusione con i terzini. Le posizioni di Bordiga sono ora ben fissate ed il tempo ha ampiamente dimostrato tutta la pochezza teorica di quelle Tesi e della visione più generale che le supportava; Bordiga è ora ben inchiodato alle sue posizioni e non può più sfuggire. Il corpo del PCD’I può ora ben scegliere nella chiarezza e nella pienezza della sua nuova maturità acquisita sia nell’esperienza interna, 1923-1924, che esterna: crisi Matteotti. Il Congresso non potrà che ratificare quanto oramai già consolidato e divenuto coscienza e convinzione profonda dell’intero corpo del Partito.

L’intervento di Gramsci alla Commissione Politica, oltre il testo integrale delle Tesi di Lione, danno bene il senso di quanta strada il PCD’I abbia fatto, e di come si sia lasciato alle sue spalle lo spontaneismo teorico ed organizzativo. Bordiga già in difficoltà all’indomani della Conferenza di Como, è oramai esausto, tenta una disperata frazione massimalistica, un non ben chiaro «Comitato d’Intesa» nel vano tentativo di racimolare un numero di militanti da contrapporre al C.C. del PCD’I: ma non raccoglie niente, se non se stesso e pochissimi fidati.

Il disperato tentativo di sciogliere la frazione per rientrare in gioco diversamente ha meno fortuna ancora. Il Congresso di Lione segnerà la sua definitiva sconfitta, con oltre il 90% del PCD’I che si schiererà con le tesi dell’ Internazionale Comunista, dell’Ordine Nuovo e di Antonio Gramsci.

Il PCD’I può ora iniziare una nuova fase della sua vita. È oramai pronto per iniziare la durissima battaglia contro il fascismo: «Siamo entrati – scriverà Gramsci – in uno stato di necessità: la necessità che si poneva crudelmente, nella forma più esasperata, nel dilemma di vita o di morte. Dovemmo organizzarci in partito nel fuoco della guerra civile, cementando le nostre sezioni col sangue dei più devoti militanti; dovemmo trasformare, nell’atto stesso della loro costituzione, del loro arruolamento, i nostri gruppi in distaccamenti per la guerriglia, della più atroce e difficile guerriglia che mai la classe operaia abbia dovuto combattere. Si riuscì tuttavia; il partito fu costituito e fortemente costituito; esso è una falange di acciaio, troppo piccola certamente per entrare in una lotta contro le forze avversarie, ma sufficiente per diventare l’armatura di una più vasta formazione, di un esercito che, per servirsi del linguaggio storico italiano, possa far succedere la battaglia del Piave alla rotta di Caporetto».

Infine il IV Congresso di Colonia ( 1931) prima, e poi il V e VI Congresso costituiscono solo il corollario di Lione. Le linee strategiche scaturite dal Congresso di Lione e la politica di formazione del gruppo dirigente guideranno il PCD’I fino al VI Congresso di Milano. ( gennaio 1948).

Una magnifica e rarissima bandiera in seta, anno 1972, della FGCI

Una magnifica e rarissima bandiera in seta, anno 1972, della FGCI “LEVA GRAMSCI” Sezione di Bologna

Referenze bibliografiche

L’articolo è stato redatto con il supporto di testi custoditi nella biblioteca della Casa Museo Storia del Comunismo e della Resistenza Antifascista di Matera:

1) Angelo Tasca – I primi dieci anni del PCI, Laterza 1971

2) Palmiro Togliatti – La formazione del gruppo dirigente del PCI nel 1923-1924,  Editori Riuniti 1962

3) Antonio Gramsci – La Costruzione del Partito Comunista 1923-1926, Einaudi 1971

4) Palmiro Togliatti – Scritti su Gramsci, Editori Riuniti 2001

5) La citazione di Gramsci sulla lotta al Fascismo è tratta da un articolo dal titolo «Contro il pessimismo» pubblicato sull’Ordine Nuovo il 15 marzo 1924, ripubblicato in Antonio Gramsci – Scritti politici 1914-1926 – 5 volumi, Einaudi 1966.

Fotografie da collezione 130esimo anniversario nascita di Antonio Gramsci 1891 – 2021 Museo del Comunismo e della Resistenza di Matera